a quale «enterotipo» appartieni?

a quale «enterotipo» appartieni?

Ciascuno ha un’impronta batterica. Tu di quale «enterotipo» sei?

Le colonie di microrganismi del nostro intestino possono essere di tre generi
MILANO – Si può appartenere al tipo Bacteroides oppure al tipo Prevotella o, ancora, al tipo Ruminococcus. Come si fa a saperlo? Basta analizzare il Dna dei batteri che abitano nel nostro intestino. Per ora i ricercatori di Heidelberg, in Germania, guidati da Peer Bork dell’European Molecular Biology Laboratory, lo hanno fatto soltanto su alcune decine di persone, arrivando alla conclusione che i batteri intestinali si dividono in tre grandi gruppi (o enterotipi), ognuno caratterizzato dalla specie batterica prevalente (il Ruminococcus, ad esempio). Ciascun individuo possiede una di queste comunità batteriche che lo caratterizza, un po’ come succede con i gruppi sanguigni: c’è chi ha il gruppo O, chi l’A, chi il B o l’AB. E in futuro, la mappa della flora batterica intestinale potrebbe diventare un esame di routine e aiutare a spiegare, per esempio, perché una persona diventa obesa, soffre di dolori intestinali, si ammala di tumore o di malattie infiammatorie dell’intestino, come il morbo di Crohn. E anche suggerire le cure più efficaci e personalizzate.
La scoperta dei tre enterotipi, appena pubblicata sulla rivista scientifica «Nature», arriva a un anno di distanza dalla mappatura di tutta la flora intestinale: il “meta genoma”, come lo chiamano gli esperti. Il Dna di quest’ultima conta 3,3 milioni di geni, cioè 150 volte di più rispetto a quelli che costituiscono il patrimonio genetico delle cellule umane. I ricercatori, che adesso hanno scoperto le tre comunità di batteri, hanno analizzato il Dna batterico presente in campioni di feci di 39 persone da tre differenti continenti (Europa, Asia, America) e, successivamente, di altri 85 danesi e 154 americani, dimostrando che tutte le persone rientravano in uno dei tre gruppi. Ogni enterotipo è un ecosistema, così come lo sono molti altri in natura: la foresta, la tundra, la giungla tropicale o la savana. Queste ultime hanno la tendenza a evolvere attraverso un equilibrio stabile, con specie che diventano dominanti e altre che finiscono per occupare delle nicchie.
I batteri potrebbero fare lo stesso, ma questa è un’ipotesi ancora da dimostrare. Per ora gli studiosi hanno osservato che l’appartenenza a uno di questi tre gruppi non ha alcun legame con l’etnia delle persone, con l’età, con il sesso e con la dieta. Con qualche eccezione: gli anziani, per esempio, hanno più geni di batteri intestinali coinvolti nel metabolismo dei carboidrati rispetto ai più giovani: con l’età, infatti, quest’ultimo rallenta, e i batteri, per sopravvivere, devono «offrire» questo servizio.
I batteri, infatti, hanno una molteplicità di funzioni: contribuiscono alla digestione dei cibi, eliminano tossine, producono vitamine e aminoacidi essenziali (per la costruzione di proteine) e costituiscono una barriera contro germi «invasori». I Bacteroides, per esempio, metabolizzano i carboidrati e potrebbero “proteggere” dall’obesità; la Prevotella degrada le mucine, proteine del muco viscoso dell’intestino, e potrebbe spiegare la comparsa di dolori intestinali (conseguenti alla mancanza della protezione mucosa) e il Ruminococcus aiuta le cellule ad assorbire gli zuccheri e potrebbe giustificare un aumento di peso. Molti batteri sono anche coinvolti nella sintesi di vitamine del gruppo B. Ecco perché l’intervento su questi batteri potrebbe aiutare a controllare malattie come l’obesità, a creare diete “personalizzate” in base all’enterotipo batterico di una persona, a scegliere alternative agli antibiotici, nel caso di infezioni.
Rimane da spiegare perché un individuo appartenga a un clan batterico piuttosto che a un altro. Per ora siamo nel campo delle ipotesi. Una possibile spiegazione è che il “profilo” dei microbi intestinali di una persona sia condizionata dal suo gruppo sanguigno (magari attraverso il sistema immunitario). Un’altra idea riguarda il metabolismo: alcuni individui potrebbero produrre più gas intestinali di altri, durante la fermentazione di cibi nel colon, e condizionare così la presenza batterica. Ultima ipotesi: quando un bambino si trova esposto alla contaminazione di germi presenti nell’ambiente dopo la nascita, ospiterà quelli che il suo sistema immunitario gli permette di tollerare con più (o meno) facilità.
Adriana Bazzi